Ne L’indole del Tarlo dimora un viaggio votivo teso ad esplorare il Sud come luogo fisico e intrapsichico. Un viaggio che vuole restituire una cartografia del sentimento e del risentimento verso questa latitudine.
Quello fotografato è un Sud che si issa da tante rovine, molti luoghi d’anima rupestre, assai sacrosante gasteme, ma che sempre si dispone come il sangue di un San Gennaro a fluire di nuovo, a fluire da grumo traumatico e difensivo, a chiedere la potenza di un nuovo rito che abolisca, ci provi, la religione materialistica di questo tempo.
L’indole del tarlo denuncia chi derubrica questa terra come zona di sacrificio o vuoto da occupare con piantagioni fotovoltaiche, con parchi acquatici e, non ultima, con una sequela di nomi impropri.
L’autore risponde a questi sfregi intrecciando memoria, ferite e bellezza. A queste condizioni Le pagine de L’indole del tarlo ricercano rizomi identitari ma anche una lingua nuova che, attraverso l’innesco di una scrittura in parte automatica, si prende il rischio di un depensamento come allontanamento dalle stereotipie con cui il Sud viene letto dai non meridionali, ma anche dai meridionali stessi.
L’autore spesso lascia prevalere l’espressione sul dire e non rifiuta un certo barocchismo nel quale intravede la possibilità di opporsi a paradigmi che si vorrebbero chiari e lineari ma che sono frutto di una dimensione utilitaristica, che abolisce quanto non può ricevere immediatamente senso, ciò che non può immediatamente essere guadagnato o speso. Così compaiono nella scrittura di Crastolla forme asimmetriche, sintassi spezzate, affastellamenti, policentrismo delle strutture, preminenza dell’ombra sulla luce. Elementi congeniti della sua parola, ma che si alimentano della lezione sul barocco di Bene e di Bodini.
Tematicamente, se da un lato pesa un sud sacrificato e desertificato, dall’altro, i versi costruiscono pagine assai popolate. Non solo da fantasmi personali, dalle figure care o dalle letture del poeta, ma anche e soprattutto dagli incontri fortuiti o voluti con cantastorie, musicanti, altri poeti della voce e altri restanti.
A tal proposito, si fa aderente un’estrema sintesi della postfatrice dell’opera, Emanuela Sica: “Il Sud di Luca Crastolla è voce e grembo (bifronte) di madre, uno ci nutre con canti di dolcezza, rosari, e mani callose, l’altro ci strega, ci ripudia, con occhi antichi di silenzio e rabbia”. In poche mosse, qui, si restituisce l’essenziale, si sottolinea la dialettica dei poli “sentimento” e “risentimento”, ma si rileva un terzo fulcro: quello fissato al chiodo della
magia e della stregoneria. Un’eredità de le “Indias de por acà” anche questa, un daimon che sostiene la liturgia di questo tentativo poetico che si vorrebbe
rabdomantico. Nelle formule, certo, ma anche nella poieisis di scovare resti d’acqua in barba ai saccheggi di un territorio e un pensiero carsico.
